Dove il silenzio è luogo

Il silenzio è rotto dal bisbiglio del vento fra l’ispida ramaglia delle ginestre, e le campanelline rosa delle eriche si muovono sul ciglio dove in basso lo scoglio a cappello del Calzone Muto sembra assediato da fameliche onde che lo mordono, qui la nostalgia si ingravida, perché il tempo esalta il suo scorrere, lasciando intoccati i filari di vite, i muri a secco che fanno loro da guardia e i cancelli  di legno smangiato.

calzone-muto

Dove il ricordo trova agganci per rinnovarsi, si sveglia la nostalgia. In questi posti un tempo il giovane beffava l’avidità del contadino e gli rubava le fascine di tralci, e quando l’uva era dolce la strappava per alleviare il caldo della risalita, e ne faceva dono spavaldo alle ragazze anch’esse ansanti di caldo, nel ritorno dalla caletta del Bagno Vecchio.

Il ricordo rinfranca perché rinnova le emozioni dell’adolescenza, ma questo luogo emana  fascino perché la natura lo preserva.

Rimanga ancora il viottolo seminascosto dalle erbacce, i fusti delle agavi risuonanti di cicale, le case col cortile abbaiante di cani. Quella bellezza usurata attesti il passare delle stagioni. Leggero e coriaceo.

calzone-muto2

Ponza ha diamanti nel sorriso schietto della sua gente.

Nella cassa ereditata dai padri sono riposte l’amicizia, la tolleranza, la comprensione. Gioielli che vanno tolti dal fondo e messi in mostra, come una volta si faceva con le coperte ricamate ai balconi. Segno di gioia di vivere.

Francesco  De Luca

Annunci

Ho lasciato la memoria    

Ho strappato da me la memoria. Volutamente. L’ ho lasciata girovagare fra i muri scrostati dei vicoli della mia isola. Lì dove, nella mota dell’inazione, l’andare del tempo non macina volontà, non elabora progetti. Negletta come i cani in cerca di un boccone e libera come i refoli.

Si ritroverà innocente e ingenua, lontana dal baratro della disperazione.

Non voglio che mi segua, la memoria, non voglio che soffra la pena di perdere  parti di sé, del tortuoso percorso negli anni, fra l’ esaltazione e il tormento, la carezza e il distacco. Che non senta il dolore di vedere una figura, una voce, un volto divenire effige esangue, in attesa di sepoltura.

L’ ho lasciata, così che possa io affrontare il mio oggi, leggero. Senza legami.

Conosco il suo procedere: prima il caldo della compagnia scherzosa, poi fredda coltre. E allora…  che la memoria rimanga lì, fra le pietre delle marine ciottolose.

Sono invecchiato nel vischio di una rete di complicità che sa di salmastro, di ginestra, di sorriso aperto e mani callose. Ogni perdita che il tempo impone lacera le maglie dell’ordito di bellezza di cui mi sono alimentato.

Il ricordo era la forza propulsiva per aggredire il futuro e piegarlo. Vorrei preservarlo, vorrei lasciarlo intoccato. Ma ne ho sporche le mani.  Dei miei compaesani sento il respiro affannoso, delle mie conquiste vedo la precarietà. Lo strappo provocato non mi preserva. Il baratro del futuro esige che in bilico siano sospesi il grosso del pregresso e quello del progresso.

dsc_0125bwbis

Non posso liberarmi di ciò che è stato. Dovrò sopportarne il gravame. E saperne cogliere il guizzo. Dal passato viene il danno apportato dal tempo e insieme l’aspirazione a rinnovare lo spirito.

Come nello scorrere degli anni le marine vengono smangiate, e l’umanità degli isolani sfilacciata e resa esile, così le cale ancora abbracciano rassicuranti, e la comunità affratella ancora.

Francesco  De Luca

Mettere le ali

Ormai la scansione del tempo umano nelle ricorrenze, negli eventi stagionali, negli incontri sociali obbligati, gli erano davanti come un libro aperto. Una pagina dietro l’altra in una sequenza priva di pause. Rigorosamente continua.

E l’imprevisto ? L’imprevisto sì, quello che notoriamente condisce le esistenze, tanto che i mezzi di comunicazione lo privilegiano, lo evidenziano, lo  amplificano. L’inaspettato. Che si insinua nella quotidianità e la stravolge, aspramente e talaltra dolcemente, quello lo considerava un incidente, e lo mortificava relegandolo fra l’inopportuno, il non gradito. E come tale gli riservava un’attenzione minima. Lo relegava presto nel dimenticatoio.

La sua vecchiaia trascorreva su un binario, ad una direzione. Proveniente da lì, ed andava avanti.

La noia ? Pensate che così stando le cose la noia lo avvoltolasse in una rete vischiosa ? C’è anche da considerare che i ricordi lo infastidivano e il domani era già scritto Quello meteorologico poteva oscillare ma non deragliare dall’usuale. Quello relativo alla sua fisicità, quello sì, quello faceva talvolta le bizze ma aveva imparato a guidarlo, evitando sbalzi. Quello sociale, per quello aveva adottato contromisure di salvaguardia: non si faceva irretire. Una noia eh ? Beh … potete pensarla in questo modo ma l’astuzia degli anni gli aveva insegnato comportamenti ad hoc. Ad esempio lo aveva reso accorto sulle propensioni dei suoi simili.

Riusciva a cogliere l’aspetto in cui indulgeva quel suo vicino. Amava costui il suo cane più dei compaesani e permetteva a lui di girovagare per il vicolo, lì sporcando con le feci, azzuffandosi coi gatti, lì lasciando l’urina sugli usci delle porte. Poverino … anche lui doveva avere il suo momento di libertà. I vicini non gli davano l’affetto che riceveva dal suo cane e non erano perciò degni della sua correttezza.

E quell’altra ? La donna devota del Santo ? Tanto devota che lo includeva fra i suoi familiari. Così gli si poteva rivolgere anche con sdegno perché, in quanto familiare, non si crucciava.

E lui, il vecchio, assecondava le propensioni, non le osteggiava, godendo nell’intimo della beffa della menzogna. Si compiaceva di se stesso, di come riuscisse a galleggiare sulle pochezze degli altri. Senza danno per sé. Anzi. Gli lasciava infatti la serenità di osservare la falsa bontà, e il bigottismo trasformarsi in pietismo, e l’egoismo apparire intelligenza.  Una socialità ritrosa, acuta e ispida la sua. Al contrario di quanto riservava al mondo naturale in cui era immerso. E già perché in un’isola la natura è soverchiante. Puoi anche rintanarti in casa, non la puoi tenere fuori dal tuo interesse. Perché l’isola è vento che allerta i sensori, è mare che aguzza la percezione, è squasso e desolazione. L’isola ha il fascino del pettirosso, puntuale a becchettare le scaglie di pane fuori l’uscio, della violacciocca nella crepa del muro, del pescatore, imbronciato, che smaglia i pesci dalla rete.

Negli ultimi anni questi aspetti della vita erano oggetto esclusivo del suo interesse. Al di sopra di tale realtà, nel mondo e nella attualità, si agitavano eventi funesti, ricorrenze significative, festività e tragedie;  intorno a lui una rete di evenienze minute, paesane; dentro di lui stelle di sentimenti, acini di emozioni.

“Non puoi più stare solo. In queste condizioni non ti lascio. Qui, sull’isola, sei privo dei necessari supporti sanitari. Non ci puoi più stare”. Il figlio un po’ alzava la voce, un po’ la addolciva, nel ribadirgli la sua volontà di portarlo a Roma, dove abitava con la famiglia. “ Starai bene, vedrai. C’è mia moglie ad accudirti, ci sono i nipoti a farti compagnia. Qui oramai per te è impossibile vivere. Stai solo, stai troppo solo”.

la_scia_di_casa_firma

Contrastò il volere del figlio più e più volte. Affievolì poi la resistenza. Quando ? Quando sentì che la quotidianità lo intristiva. Alzarsi senza nessun sprone, fluttuare nelle ore della giornata in attesa che si andasse a pranzo, e poi desiderare di consumare quel segmento di tempo con l’animo teso al tramonto e trascorrerlo aspettando la notte. Priva essa di faville di vivacità. Monotona e vuota. Che fosse quieta o agitata dai lampi, squassata dai tuoni o silenziosa e intasata di luna.

Non c’erano più suoni, non voci, e nemmeno il silenzio smuoveva la sua attenzione.

Lasciò che altri decidessero per lui. Il figlio lo portò con sé a Roma. Nell’appartamento aveva la cameretta sua. Dava una mano alla nuora in cucina. Lavava i piatti talvolta, e comunque ogni utensile che usava lo riponeva pulito. “ Per questo c’è la lavastoviglie” –  diceva la donna.

Il fine settimana, quando si decideva di andare a pranzo ai Castelli, lui preferiva rimanere a casa. Troppe ore in macchina. Si addormentava e dava fastidio ai nipoti.

Stava bene a Roma. L’ospedale era a portata di mano. Anche il supermercato, ma lì non poteva andarci perché era pericoloso attraversare le strade.

L’unico luogo sicuro era in casa. Sicuro dai pericoli esterni. E da quelli interni ? I pericoli interni: il disinteresse, l’apatia, la non curanza, l’indifferenza, l’isolamento spirituale.

Dalla finestra vedeva nell’anno trascorrere le stagioni ma non i suoi mutamenti. Gli uomini si muovevano, le macchine rumoreggiavano, le luci coloravano le strade ma nulla riusciva ormai a muovergli l’animo. Nemmeno l’agitarsi gioioso dei nipotini intorno.      “ Nonno, in televisione abbiamo visto un video che parlava di Ponza, delle berte che nidificano al Fieno e alla Guardia …”.

I parlanti , così loquaci sui mondi oltremare, dai richiami evocativi, anch’essi trovavano chiuso il suo sentire.

Lasciò la vita, al modo che ‘a furmicula quanno vò murì, mette ‘i scelle  ( la formica mette le ali e muore ).

 

Francesco  De Luca

Dall’isola: il Natale

 

E’ dal giorno di santa Caterina che si insedia il tempo di Natale. Ossia dal 25 novembre: comme caterenéa accussì nataléa  ( come è il giorno di santa Caterina così sarà il giorno di Natale ). E dunque sarà col cielo coperto, infastidito dallo scirocco, col mare minaccioso perché plumbeo. Più burbero che cattivo. Niente freddo.

Nessun paragone col tempo natalizio dell’infanzia. Più aspro. Freddo fuori e caldo dentro. In famiglia, nel paese. Nei luoghi dove si alimentava la socialità.

Oggi l’isola è desolatamente priva di calore umano. Perché non si ha dove mettere in campo l’incontro.

dsc_0140_hdr_copyright

Dov’è il nostro Natale ? Quello ponzese: nutrito di canti avvolgenti, di profumi di dolci casalinghi, di battute salaci nel tirare i numeri della tombola, di bottammurre improvvise.

Vedo prendere consistenza la noia nelle liturgie, vedo divenire maniacale l’ acquisto alimentare, il lasciare  deserti i luoghi di raduno. Forse sbaglio nel considerare il rintanarsi in compagnia del video-divertimento un tentativo di allontanarsi dall’aspettativa infantile. Quella che ci faceva cantare: Natale notte mistica, Natale tutto amore, un’ansia viva e trepida fiorisce in ogni cuor.

Non può ripetersi il miracolo dell’infanzia, mi dico. Fallace l’usanza isolana, ancillare e succuba di una religiosità questuante. Sì, perché chiede a Dio ciò che dovrebbe impegnarsi a realizzare lei, insieme alle volontà degli uomini. Ma la cultura degli isolani non si nutre soltanto di rigore razionale. Ha bisogno di estraniarsi al profumo delle bucce d’ arancio  sul braciere, mentre i ragazzi giocano ‘a castella  con le mandorle, e il presepe attesta l’attesa per una statuina che prenderà posto nella stalla fra il bue e l’asinello, nella culla con accanto Giuseppe e Maria.

Le culture mutano. Quella isolana sta forzatamente mutando. La preme l’indifferenza. Non ha senso lasciarsi al freddo dell’inverno che non c’è più, al buio delle strade, all’afflato dei sentimenti, nati fra le nuvole profumate dell’incenso. Lì è nata l’amicizia che ci tiene legati nonostante le distanze ideologiche, lì è fiorito il nostro legame con l’isola. Ieri agognata perché povera e vera e oggi venduta nelle fiere turistiche anche se non più vestita di quella foggia.

Un Natale pendente verso i desideri è inopportuno, troppo banale e fazioso, ma il momento impone le sue risposte, quelle di moda.

L’intimo però nessuno potrà profanarlo, e guastare la scena. Quella che, se il meteo non la mostra se la finge il cuore. Essa minaccia temporali, il mare ribolle cattivo con onde alimentate dal vento, i rari incontri per strada manifestano una burbera simpatia.

Il Natale ruvido e sincero, smanioso all’esterno e trepido nell’intimo si dispiega. Regine ritornano l’aridità della terra e la semplicità dei compaesani, e allora scende … piccolo … piccolo si fa Gesù, umile e misero scende quaggiù.

Francesco  De Luca

Cresce col vento

Si alimenta col vento la ginestra pontiana  ( ‘u  uastaccetto  ). Sui picchi, sui dirupi, sulle scarpate si leva striminzita e precaria. Contorta, ispida, scabra.

Dal vento trae la sua spavalderia perché alle folate si oppone. Resiste nonostante le ruvide bordate. Si contorce, getta  via dalla chioma il superfluo e si stringe nei rami. Duri e squamosi quasi fossero spine per lacerare il vento, per piegarne la forza.

Il vento la combatte e lei gli si para contro, per trarre dall’impeto più vigore, per carpire dallo scotimento più baldanza.

dsc_0415bis

La ginestra pontiana non suscita simpatia e nemmeno immagini graziose. Le sue foglie, piccole e appuntite, servono per accudire la pianta non per valorizzarla. I fiori, di un giallo spento, tendono a nascondersi. Sono la copia mal riuscita dei fiori della ginestra comune. Questa è carnosa, turgida, coi fiori giallo sole, e profumati. La sorellastra pontiana sembra esaltarsi soltanto al vento impetuoso, proveniente dal mare. Di forza, carico di salmastro, arriva. Cattivo. Essa regge l’impeto, ne attenua il livore graffiandolo e mordendogli il corpo.

Così si nutre. Prende identità. Si sazia.

In poca terra, arida e sassosa, la ginestra pontiana si impingua di vento. E cresce. A dispetto. Come il Ponzese.

Come il ponzese che racchiude l’universo nel fazzoletto dell’orto della casa, dello spicchio di mare, respirato dalla finestra.

Tutto lì. L’acre gracidìo del falco a fargli sollevare gli occhi dal solco duro della catena. Il ponente combatte con l’isolano in caparbietà. Zappetta e sarchia e dissoda e innaffia con l’acqua piovuta dal cielo, e le folate da ovest bruciano le foglie, atterrano i gambi delle verdure.

Benedette quelle zolle avare e quell’acqua rapita al dilavo che precipita a mare. Dove con sbalzo aereo si apre la casa. Essa, rifugio dalle procelle e scrigno in cui crescere affetti, amori e comunanza.

 

Francesco  De Luca

Dall’ isola: 2 novembre

In questo porto è quiete. Protetto dai muri della pietà le zolle fioriscono di colori innaturali, di fiammelle finanche. Come fatui sprazzi di vita, di palpito.

Dalle lapidi sorridono i volti in una smorfia finta, e le acconciature delle donne dicono di un tempo passato, e i bimbi nelle foto mostrano immobili posture innaturali.

Suona una campana, grave; suona a lutto.

tanti anni prima

Cimitero, porto della nostra pace.

Fra i loculi passano coloro che oggi calpestano il suolo dell’isola. Affranti perché il peso dell’affetto reciso soffoca.

Il colle della Madonna è gravido di dolore, quasi si accascia sotto i ricordi che zampillano e presto scemano. “Quell’uomo fu falciato nella sua giovane età; quella donna si chiuse alla vita nel lasciare al mondo la sua creatura;  e dalle foto d’epoca si esalta la famiglia; e dai volti scapigliati si ride alla vita”.

Nelle cappelle, sulle seggiole donne in nero invitano i passanti a mirare: “Guarda come era bello Franchino mio”. Il piglio della maestra, la smorfia della vecchia fotografata all’insaputa.

foto-023

Domani questo porto vedrà anche noi come carcasse ormeggiate, in disarmo.

Lì in faccia al mare che tormenta i faraglioni rivedo mio padre. Serio e pensieroso. Come tutti i padri, come tutti gli anziani. E mia madre a fianco, sorridente.

Voglio chiudermi al dolore, lasciarmi alle folate del levante, per non soccombere  alla morte. Piango, e mi libero dall’angoscia.

Vivo perché il ricordo viva.

 

Francesco  De Luca

La dolcezza dei gesti

Passo per un vicolo interno, diretto a Santantuono, e sul balcone di una casa ci sono due anziani. Un uomo e una donna.

E’ ancora fresca l’aria, anche se palesemente va riscaldandosi. Come è d’obbligo in estate.

Camicia a maniche lunghe l’uomo, la donna con un vestito ordinario, con le maniche corte, indaffarata a stendere i panni sui fili messi apposta ai lati dell’inferriata. L’uomo cerca di aiutarla allargando le magliette, sistemando le gambe dei pantaloni. Le sfiora le mani, con noncuranza, e quando lei si allunga per porre la camicia sul filo più distante, lo prende e lo avvicina.

La donna ha lineamenti che dicono dovesse essere stata bella in gioventù. I loro corpi non sono appesantiti, e si muovono calmi e sicuri.

Una coppia di coniugi. Insieme da decenni. Con amore e comprensione. In sintonia.

Alla fine l’uomo passa la mano sul braccio di lei, come una carezza. Seppure non lo è, lei così giudica quel gesto. Rivolge allora l’attenzione a lui, e gli sorride. Poi entra, seguita dall’uomo.

Il balcone rimane aperto perché l’aria dell’estate deve asciugare l’umido delle case di Ponza e rimuovere il puzzo di muffa.

Stamane, passando per un vicolo,  rivedo volti e gesti pieni della dolcezza d’aver trascorso la vita assieme.

 

Francesco  De Luca

Come un reliquiario

Come un reliquiario tiene la sua intimità. All’occorrenza le fa visita con attenzione, con parsimonia. Ne controlla le preziosità, l’utilità, l’attualità. L’uomo ha la sua età ma quella dimostrata non deve essere la reale. Cura l’aspetto, la postura, lo stile. Sembra passare sulla realtà quotidiana con una leggerezza aerea. Nulla apparentemente lo grava. Eppure è attento alle spigolature con cui la vita sociale lo pungola, talvolta lo ferisce. Gode dell’attimo, dell’evidente. Tutto ciò che è alluso, ciò che rimanda a relazioni passate, a contatti lontani, viene filtrato nell’intimo, e lasciato lì, con ponderazione, con avvedutezza. Lo andrà a saggiare quando ne sentirà l’urgenza. Il passato diviene allora il suo presente. La vita, quella che consuma nell’attimo, trova la sua radice in un addentellato depositato li, nel reliquario della sua intimità. E si dipana serena la sua vita giacché il passato si invera e il presente si decanta.

Quello che, soltanto ieri, rappresentava il suo orgoglio oggi testimonia  la sua professione quasi dimenticata, scansata come un ciarpame di cui poter fare a meno.

Lì, in un angolino, c’è il viso di un bambino, intabarrato in un pesante cappotto che la madre gli metteva per vincere il freddo del mattino. Il suo  ‘contino’, diceva. ‘ Il contino di mamma ’, che doveva servire la messa delle sette.

“Cosa hai fatto ..  non hai suonato all’elevazione  ? ”-  gli domandò bonaria Marietta  ‘a  gaitana, dal corpo enorme e dai gesti gentili.

“ Mi sono addormentato ”.

“ Non fa niente, lo abbiamo adorato lo stesso il Santissimo, pure senza campanello ”-  lo rincuorò la donna.

E la prima polluzione ? La scoperta mattutina del suo essere diventato uomo, a sua insaputa, di notte, senza preavviso. Meraviglia, ma anche disappunto, e vergogna. “ Adesso come lo nasconderò a mamma ”. I panni venivano lavati a mano. Ma la mamma lasciò che il corso degli eventi procedesse senza sensi di colpa.

L’adolescenza è insaziabile di nuovi stimoli, è affamata di scoperte, subissata di meraviglie.

Oggi l’uomo è impacciato nei voli di fantasia dai depositi che gli anni hanno lasciato. Tutte pesantezze che aggravano. Per questa ragione talora apre la porta della sua intimità, e fra quelle reliquie tonifica il suo essere. Cerca di renderne più lieve il procedere nel tempo.

Pensare che il presente inglobi nella totalità la consistenza della realtà è come fare il bagno e convincersi che il mare abbia vita per realizzare la tua frescura. Sciocca e superficiale convinzione. Quel bagno diventa solamente una sensazione. Senza aggancio emotivo. Non produrrà ricordi.

4626424807_f9a1db28dd_o

 

Ragioni da cappero

Pure ad occhio la pianta si presenta cadente. I rami sono flosci e le foglie, sparse al di sotto, danno il segno del deperimento accentuato.

“Gesù …ma tu guarda chistu chiappariello che fine sta facenno” – commenta sconsolata la signora Mimma.

“Avero …–  le fa eco l’amica Rosolina  – nun ce pozzo penzà. Chi sa che ce ha pigliato !”

Detta così la cosa sembra incomprensibile ma ci sono buone ragioni perché il  cappero sia in questo stato.

Soltanto l’anno scorso, passando per la via, la scena sarebbe stata questa.

“Guarda quest’anno quanti capperi”  – e Rosolina va in casa e ne esce con una ciotola. Dentro vi mette i capperi che pendono dalla pianta, a fianco dell’entrata di casa sua. C’è un muro a secco da cui la pianta di cappero si estromette sulla strada pubblica.

DSC_0209

Capperi raccolti, lavati e messi sotto sale

Il muro a secco contiene un giardino dove Mimma vi mette tutta l’accortezza per riuscire a farlo fruttificare. Se ne vanta con le amiche : “quest’anno è tutto precoce perché l’inverno è stato mite”. I pomodori sono già alti ma ancora senza frutto, mentre le zucchine già le ha colte e soprattutto i fiori di zucca, ogni mattino nu canisto  !

Ci va la mattina presto, Mimma, nel giardino. Confina col cortile da cui si accede alla casa di Rosolina. Sono confinanti insomma. Ma il cappero, pur estromettendosi dal muro a secco di Mimma si porta sulla via comunale, via Centrella, per cui Rosolina non ha alcuna reticenza a riempire la ciotola di capperi.

“Come si fanno ?  –  domanda una signora. E’ sicuramente una turista, di quelle che amano esplorare il paese scelto per le vacanze. Ha una certa età e non è attratta dal mare. Anche perché quest’anno sembra che la temperatura dell’acqua non sia ancora invitante.

“Come si fanno ?”,  Rosolina non si fa pregare e sciorina tutta la saggezza popolare, di cui è padrona. “Il cappero è difficile da far riprodurre ma, una volta insediatosi, è generoso”

“E questi sono i suoi fiori ?”  –  indica la turista.

“Sì, questi sono i capperi che, se non colti ancora in bocciolo chiuso, si aprono in questo delicato fiore”  –  dice Rosolina.

DSC_0227

Mimma sta nel giardino, nella parte interna. Non vista è dedita ad innaffiare i peperoncini verdi, tutti in fiore, e senza frutti. Vorrebbe intervenire e partecipare alla discussione ma l’attrito con Mimma glielo impedisce. Non è un bisticcio aperto ma un tacito malumore. Perché ? Perché i capperi sono i suoi, vengono dalla pianta che sta nel suo giardino. Ha tentato di raccoglierli pure lei ma s’accorse subito che Rosolina non gliene  faceva trovare nessuno. Nella gara a chi prima arriva, lei era perdente. Rosolina ha casa lì mentre lei deve venire dalla Dragonara; Rosolina li coglie nelle ore più impensate, mentre lei soltanto nelle ore mattutine; Rosolina ci passa tutti i momenti e coglie quelli adatti più volte al giorno, e lei questo non lo può fare.

Ha provato a mettere i semi nei muri adiacenti a casa sua ma il cappero segue le sue ragioni.

Il diverbio fra loro due non è mai sfociato ma il rancore sì. In chiesa, una dalla parte dell’ Addolorata e una da quella di san Silverio. Non sia mai! Una volta, a capodanno, Mimma arrivò tardi e dovette accontentarsi di un qualsiasi posto libero. “Datevi il segno della pace” – invitò il parroco. “Pace a te” –  e si volse a destra; “pace a te” – a sinistra; girò il capo indietro e si trovò Rosolina con la mano tesa: “E pace pure a te”  – disse, senza guardarla negli occhi.

Il cappero di tutto il trambusto di cui è artefice è inconsapevole. Quando il sole assume i caratteri dell’estate rinverdisce le foglioline ed emette quelle palline che, raccolte prima di aprirsi nel fiore, sono ‘i chiapparielle.  Lavàti, salàti e messi ad asciugare al sole, poi chiusi nei barattoli di vetro, divengono quel tocco di sapore che impreziosisce il pesce spada alla siciliana,  ma Rosolina li unisce anche ai peperoni in padella, alla cianfotta al forno.

La signora turista ascolta attenta e interessata. Ringrazia e prosegue la salitella. Non sa che, se venisse il prossimo anno, di quella pianta non troverebbe che un tronchetto secco nel cavo delle pietre. Il cappero ha abbandonato il luogo del litigio. Le sue ragioni è andato a mostrale altrove !

 

Francesco  De Luca

Nel cortile, passa il tempo

“Che faresti ?”

“Non mi risposerei …”- risponde la donna. Sta fuori al cortile. Il sole fa le prove per l’imminente estate. E infatti  la facciata della casa e i gradini sono bianchi. Anzi, anche i muri a secco con le pietre marine, Nino quest’anno ha verniciato di bianco. Il pomeriggio è assolato ma loro due stanno all’ombra dell’oleandro. La campana della chiesa …a maggio il suo suono si unisce ai pigolii dei  pizzenvierne  ( i pigliamosche )  che giocano al rito del corteggiamento. E’ un suono disteso, non è acre come in inverno, quando segna l’inizio delle ombre in un mondo umano dimesso e sonnacchioso.

L’uomo e la donna sono marito e moglie e lo sono da tanto. Lui ha dimenticato il conto, al contrario di lei che ne segue lo scorrere. Stanno in pausa. Hanno sorseggiato da poco il caffè, sul cortile aereo, in faccia al mare.

“Non mi risposerei …” – ribadisce lei. L’uomo non ha fatto alcun gesto né detto nulla, per cui lei sta seguendo il filo di un pensiero. Un filo lungo perché stanno insieme da quarant’anni. Due figli, ormai grandi e lontani. Con la pensione vivono discretamente, curano la casa, il giardino e si tengono cari i loro passatempi. La salute fisica e mentale è legata saldamente ai loro interessi.

pigliamosche

pigliamosche o pizzenvierne in dialetto ponzese

Lei è più vivace. Lui riflessivo e intimista. La frase infatti lo ha colpito. Non s’aspettava un giudizio così netto. Lo ha sentito indirizzato a lui, come una colpa. Ma non è così. E’ proprio della sua indole introversa vedersi come se tutto dipendesse dalle sue azioni. Ci si sposa in due e, se mancanza c’è stata, è da attribuirsi ad entrambi gli attori.

‘I  pizzenvierne  volteggiano intorno, si rincorrono e poi si fermano di botto. Stanno scegliendo il posto dove intrecciare il nido. Ogni anno è così, e ogni anno lì nei paraggi costruiscono quello che a dicembre, dopo le ventate, si ritrova a terra, con l’acqua che lo inzacchera.

L’uomo guarda la donna che gironzola intorno ai gigli rossi, già aperti quest’anno, alle rose.

Si sposarono in chiesa per non urtare i loro cari. Non lo avrebbero fatto volontariamente. Di sacro c’è la finzione, di vero c’è il loro amore. Nella convivenza esso si alimenta anche di accennate ripicche, di pacati contrasti.

Lo stanno facendo ora anche  ‘i  pizzenvierne  gioiosi.

 

Francesco  De Luca